I vestiti appesi, in tempo di quarantena.

Oggi ho stirato. Ieri ho stirato le tende della cameretta dei bambini; il ferro era ancora lì, freddo e immobile sull'asse da stiro aperto. Ho deciso di approfittarne e stirare una t-shirt, un pantalone di mio marito e le federe dei cuscini. E' un evento eccezionale!



E' un evento eccezionale, perché in genere affido i capi all'asciugatrice e in questo modo non devo stirare praticamente più niente. Gli unici indumenti che necessitano di stiratura si fanno in genere cento metri di viaggio nel sacchetto riutilizzabile giallo dell'Esselunga, andata e ritorno a casa di mia suocera.


"Mi piace tanto stirare" mi ripete mia suocera da circa sedici anni.

Durante i primi anni non mi sono lasciata impietosire, volevo fare tutto da me. Non mi sono concessa il lusso di rifilarle le pigne di indumenti che crescevano sul lettino di una vuota cameretta di un appartamento senza asciugatrice. Erano così alte e pericolanti, che mi ricordano le impalcature in bamboo che utilizzano in alcuni luoghi della Cina in cui vi sono forti venti. Il bamboo si piega, oscilla, ma non si spezza. Ecco.


Finché non è nato il primo figlio e mi sono spezzata come un ramoscello secco di una pianta di rose. Ah, povera mia suocera! Quante volte l'ho sgridata perché mi faceva sparire le ceste di vestiti ancora sporchi! Eppure a lei faceva così tanto piacere e a me era di grande aiuto. Del resto si sa, non si è mai abbastanza grandi e maturi per apprezzare chi ci sta sempre intorno.


Un paio di anni fa ho deciso di comprare con gli undici milioni di punti dell'Esselunga, la colonna lavatrice e asciugatrice, dopo che per anni ho detto a tutte le mie amiche che l'avevano "No. Io non la uso. Consuma troppa energia elettrica. Vendo led per il risparmio energetico e poi rovino tutto con l'asciugatrice?" Ebbene sì, hanno vinto loro. Ero stanca delle ore perse a stendere, ma soprattutto a raccogliere indumenti ancora umidi perché fuori pioveva.


In questi giorni di quarantena, mi sono imposta di stendere fuori sul terrazzo, alla brezza calda delle prime giornate primaverili. Così mi restano quel paio di vestiti da stirare. Oggi dopo aver stirato, ho aperto l'armadio di mio marito per appendere il suo ultimo paio di pantaloni da lavoro che ha indossato settimana scorsa per andare a fare la spesa - all'Esselunga ovviamente, se no il prossimo ferro da stiro a caldaia come lo compro?


Mi sono seduta sul bordo del letto e sono rimasta ad osservare i vestiti appesi per un minutino. Ho pensato, rassegnata, al mondo fuori e al mondo che prima o poi incontrerò ancora là fuori, così diverso da come lo conosco.

Loro, i vestiti, se ne stanno appesi in attesa di essere indossati. Chissà per quanti giorni dovranno ancora aspettare? Da otto settimane indossiamo tute e t-shirt, mentre i vestiti "belli" da lavoro o per "uscire" se ne stanno lì in prigione.

Inizio a pensare che prenderanno una brutta piega, quella della gruccia a cui sono ancorati. Forse prima di riutilizzarli avranno bisogno di un giro in lavatrice e di un colpo di ferro da stiro.


Forse non ci andranno più. Forse faremo fatica ad abituarci nuovamente a trascorrere ore e ore delle nostre giornate chiusi in quei tessuti, stretti nella morsa di elastici e bottoni. Forse nel nuovo Mondo di cui tutti parlano potremo andare a lavorare in tuta, il ché ci ricorderebbe ogni giorno che il Mondo è cambiato per un virus e non per nostra reale volontà. Io nel dubbio, cerco qualche negozio che consegni a domicilio dei bei vestitini primaverili ed estivi, perché voglio credere che tra due settimane potremo tornare tutti a lavorare.