Il salto delle rane e la comfort-zone.

'Mi sono sempre chiesta come mai tutte quelle rane non cercassero la libertà, saltando fuori, sul pavimento del garage'...





Forse perché l'acqua era il loro luogo sicuro e non erano abbastanza coraggiose per intraprendere nuove avventure. Erano un po' come me.


Quante zone di comfort mi sono creata nella vita? Fino a che punto la nostra comfort-zone ci è realmente confortevole? Di cosa sono costituite le mura della nostra casa confortevole da cui non vogliamo mai uscire? Hanno fondamenta forti?

Non so dire esattamente quando è successo. Forse sono state le tre sedute che ho fatto dalla psicologa la scorsa primavera.

Dalla psicologa non ci ero mai stata prima, purtroppo. Dico 'purtroppo' perché non ci vedremmo nulla di male se pensassimo che è un po' come andare a casa di un'amica a chiacchierare dei propri pensieri e dei propri problemi; invece la società ci ha inculcato che dallo Psicologo ci vanno quelli che non riescono a risolvere i propri problemi.

A dir la verità, nessuno è in grado di risolvere un bel niente! Succede che le situazioni cambiano, che la creatività ci fa venire delle idee o che qualcuno venga in nostro aiuto.

Così sono andata dalla psicologa, ma solo perché è una mia amica e l'idea di raccontarle dei miei 'casini' non si discostava poi così tanto dalle situazioni meno formali in cui le ho raccontato le mie vicissitudini familiari e personali.


Da che ho memoria ho sempre avuto un rapporto conflittuale con il mio corpo. Da piccina ero esile e piccolina di statura; da pre-adolescente avrei voluto esser formosa nei punti giusti - a dirla tutta solo avere due tette enormi - e da adolescente invece avrei voluto scomparire insieme alle mie ossa. Crescendo questo problema con il mio corpo è rimasto, tanto da sentirmi sempre inadeguata, in qualsiasi situazione, anche quando avevo ogni cosa (per me) al posto giusto. Per evitare di uscire dalla mia confortevole e confortante casa, mi sono sempre defilata da feste, eventi mondani, folle chiassose, giornate in costume, vacanze trascorse come lucertole disinibite al sole. Ho smesso di praticare attività sportiva - è un controsenso lo so - perché avevo paura del giudizio altrui. Ho comprato tapis-roulant, cyclette, pesi ed elastici per fare esercizi ginnici a casa, ma la pigrizia poi l'ha sempre fatta da padrona.

Finché Monica mi ha detto di prendermi cura di me. La cura. La cura è quella cosa che supera i muri, supera gli stereotipi, rompe i tetti della vergogna. La cura è amore per la vita e io la vita l'amo.


E come ci si prende cura di sé?

Ho trovato due corsi in una palestra: Pilates e Bodyflying - per chi non conoscesse quest'ultima, è una disciplina che si esegue con il supporto di un'amaca, una specie di altalena in tessuto. Sono rinata. Ho ritrovato le sensazioni di un corpo che si muove nello spazio, i movimenti ampi, i muscoli che si tirano, le articolazioni che ruotano in tutte le direzioni. Mi sento ancora inadeguata, spesso. Mi guardo allo specchio e quando non sono in una giornata particolarmente positiva vedo ogni singolo difetto; a volte mi sento un salame appeso, uno di quelli belli gonfi con le corde che tirano - la cura è stata anche riuscire a farne dell'auto-ironia.

E' stato un primo salto fuori dall'acqua. Un salto sul pavimento di quel garage con la basculante alzata. Ho riconquistato la libertà e mi sono salvata dal diventare la cena di qualcun altro.