La mia esperienza con la disparità di genere in ambito professionale.

Continua a tornarmi con frequenza il tema della disparità di genere e di come questo, ancora oggi, sia uno dei principali ostacoli al raggiungimento dei propri obiettivi. Ho pensato quindi di dar voce ai miei pensieri e di raccontarti la mia esperienza.




Come è nata la me imprenditrice. Le mie scelte scolastiche e lavorative.


Sono imprenditrice da undici anni.

Undici anni fa, insieme a mio padre, abbiamo aperto un’azienda.

Lui si occupava di elettronica, mentre io volevo occuparmi di illuminazione, e così con l’avvento dei led abbiamo dato vita ad una realtà che comprendesse entrambi questi campi.

Due campi, soprattutto quello dell’elettronica, prettamente maschili.


Quando fu per me tempo di scegliere la scuola superiore, dovetti scartare l’indirizzo elettronico/elettrotecnico, che era quello che mi attirava maggiormente e nonostante non fossi per niente brava in matematica, perché le classi erano composte al 99% da maschi. Sebbene poi nel corso degli anni, mi sia rivelata più propensa ad avere amicizie sincere più maschili che femminili, la scelta fu forzata dalla paura di diventare oggetto di scherno, di essere bullizzata; così mi sono attenuta alla mia comfort zone studiando lingue straniere.


Mi pento leggermente di aver fatto questa scelta, perché forse oggi sarei tecnicamente più preparata e caratterialmente più forte. Ho sviluppato però una grande parlantina, non temo di affacciarmi ai mercati esteri (nonostante la mia scarsissima autostima che mi fa sentire sempre in soggezione) e mi destreggio molto bene tra termini del vocabolario dell'elettronica, illuminotecnica e la parte più economica e finanziaria di tutta la faccenda.




Ti racconto come ho plasmato la me imprenditrice, in un mondo prettamente maschile. Coloro che apprezzano la mia figura professionale.


Sono stati undici anni di scuola in cui ho imparato nozioni tecniche di base, ho fatto amicizia con la luce per imparare a plasmarla e ad utilizzarla a mio favore, ho conosciuto tanti uomini appartenenti al mondo del design, dell’arredamento, ma anche al mondo dell’industria. Ho utilizzato sovente il mio essere donna, per guadagnarmi almeno un appuntamento di presentazione, ma allo stesso tempo, il fatto di esserlo mi ha messa di fronte ad un sacco di porte chiuse.


Ho raccolto soddisfazioni nelle frasi di alcuni clienti, che si sono dovuti ricredere per la mia preparazione <<Non credevo che una donna fosse così preparata in elettronica>> oppure <<Devo farle i complimenti per la sua preparazione tecnica>> o ancora <<Di fronte alla sua bravura non posso che accettare l’offerta>>. Sono sicura che ognuno di loro non fosse sessista, ma che allo stesso tempo fosse succube della società, dei modi di dire e degli stereotipi.




Le porte in faccia ed i commenti sessisti.


Ho raccolto purtroppo anche critiche non costruttive – perché quelle costruttive sono sempre le benvenute – ma giudicanti e profondamente sessiste. Battutine, frasi fatte, vere e proprie offese che svelavano un mondo fatto di pregiudizi e di una discrepanza di genere ancora molto forte e non più tollerabile.

Le capacità di una donna possono essere esattamente uguali a quelle di un uomo, a volte anche nettamente superiori.

Vorrei che crescessimo nuove generazioni di uomini che comprendessero che non vi è alcuna differenza tra uomo e donna, nemmeno nel campo professionale. Sento questo urlo dirompente nella mia gola e che voglio far uscire.


Si sono permessi di dirmi che stavo trascurando la mia azienda mentre mi prendevo cura dei miei figli, entrambi a casa per il Covid. Lo stesso che, dopo non aver pagato una fattura, si è sbilanciato in un altro commento sessista per cui sarei ‘giovane ed inesperta’, nonché ‘donna’ al comando di un’azienda – anche se ricordo che non sono sola, ma ho il costante sostegno ed affiancamento di mio padre.

Per quanto la parte peggiore di me avrebbe voluto chiamarlo e dirgliene quattro, quella migliore ha prevalso e se l’è cavata con un messaggio whatsapp in risposta al suo, in cui non sono caduta in insulti ma in considerazioni di fatto. O mi paghi, cosicché io possa pagare gli stipendi dei miei dipendenti, oppure puoi servirti altrove. Ciao.


C’è chi non ti riceve nemmeno per una presentazione perché sei donna.

Chi ti riceve e trascorre tutto il tempo a non ascoltarti perché è interessato alle donne e non ai prodotti.

C’è chi ti fa domande a trabocchetto per il solo piacere di vederti in difficoltà – o almeno provarci – e chi alla fine di tutto ti chiede di parlare con un collega uomo.




Ho un messaggio per te, che tu sia o meno un'imprenditrice, che tu sia giovane o meno giovane.


Donne, là fuori è un gran casino.

È una battaglia costante per dimostrare le nostre capacità.


Se c’è una cosa che ho imparato grazie all’osservazione del genere maschile, è che non dobbiamo farci mettere i piedi in testa, non dobbiamo permettere a nessuno di provare a fare leva sul fatto che siamo donne, non dobbiamo voler alcun trattamento preferenziale, nessuno sconto.

Siamo persone, esattamente come quelle che stanno dall’altra parte del tavolo o del telefono o per questi tempi di Covid, dello schermo.


Non cadiamo nemmeno nel cliché della donna che addirittura sarebbe migliore dell’uomo, perché oltre a lavorare si occupa anche della casa, dei figli, degli anziani, della comunità… e dai sì è vero, ma meglio non dirlo.


Non vogliamo l’egemonia della donna, ma una vera e semplice parità.

Cinquanta e cinquanta.