Il racconto delle rane: da dove è iniziato tutto.

LA PROVA DELLE RANE - Parole di partenza PROVA / SCUOLA.




Questo testo è stato scritto da me l'1 febbraio 2020 durante il corso di scrittura autobiografica #tuseilatuastoria di Francesca Sanzo ed è pertanto coperto da Copyright.


Francesca Sanzo: “Erica ci riporta alla vita dei condomini bambini in qualsiasi parte d'Italia: dalla sua memoria escono personaggi emblematici, dotati di una saggezza semplice, che potremmo trovare ovunque, solo se sapessimo osservare, come fanno i bambini e chi scrive. Alla fine impariamo una piccola verità che troppo spesso dimentichiamo: basta un attimo per scegliere di essere rane che finiscono in pentola o rane che con un balzo, fanno il salto giusto per loro”

Sono nata nel 1987 a Vizzolo Predabissi.

Immagino le vostre facce mentre leggete: le stesse che vedo quando, dinanzi all’ impiegata di un qualsiasi ufficio pronuncio il nome del paese in cui vi è ancora oggi l’ospedale in cui sono nata. Si trova in provincia di Milano, a pochi chilometri dal paese in cui ho vissuto fino al 1994: San Giuliano Milanese.

I miei genitori possedevano un quadrilocale al secondo piano di un condominio che a quei tempi mi sembrava altissimo, ma che oggi con assoluta certezza so che ha solo quattro piani.

Per me la parte più bella della casa era il balcone del soggiorno. Da lì, a parte le volte in cui ho perso nel vuoto le ciabatte o le mollette del bucato, potevo osservare tutto quello che avveniva nel vialetto pedonale che divideva il nostro palazzo da quello di fronte. Osservavo le teste: quelle ricoperte da capelli cotonati e laccati, quelle calve dei nonnetti che andavano e venivano con la spesa, i ragazzi con la cresta sugli skateboard e i bambini in bicicletta. Tra quelle teste cercavo quella ricoperta da una coppola in lana cotta color verde, che apparteneva al signor Premoli. Quando lo vedevo arrivare con il secchio in mano, scendevo a tutta velocità per le scale e andavo ad attenderlo di fronte alla basculante del suo garage. Mi invitava ad entrarvi, prendeva due secchi vuoti, di quelli delle vernici, e li ribaltava affinché potessimo sedervi sopra. Poi dal secchio con cui erra arrivato, riempito d’acqua per metà, estraeva ciò che a me interessava di più.

“Apri le mani; mettile così.”

Mi diceva mostrandomi i palmi incurvati verso l’alto e giunti, depositando sui miei una rana verde e un po’ viscida.

Ogni volta era come la prima volta: la sorpresa di osservarne i colori, gli occhietti tondi, la gola gonfia e il percepire la vibrazione del suo gracidare nelle mie mani.

Immancabilmente la rana con un balzo si faceva varco tra le mie dita e si rituffava nel secchio. Mi sono sempre chiesta come mai tutte quelle rane non cercassero la libertà saltando fuori, sul pavimento del garage. Forse perché l’acqua era il loro luogo sicuro e non erano abbastanza coraggiose per intraprendere nuove avventure. Erano un po’ come me: da quel balcone vedevo sempre alcuni bambini che più o meno avevano la mia età, giocare a palla o andare in bicicletta, ma non scendevo mai a giocare con loro. Non li conoscevo, forse frequentavano un altro asilo o un’altra scuola.

Sta di fatto però che un pomeriggio quando scesi per andare a giocare nel garage del signor Premoli, vi ci trovai già seduto un bambino. Si chiamava Andrea, era un po’ più grande di me, aveva i capelli ricci ed era un gran chiacchierone: parlava anche con le rane, chiedendo loro se con un bacio si sarebbero trasformate in principi e principesse.

Ben presto diventammo amici, incontro con le rane dopo incontro, io restavo lì a guardarlo mentre appoggiava le sue labbra sulle schiene delle rane, nella speranza di assistere ad un evento magico. Mi insegnò ad andare in bicicletta senza rotelle e mi presentò ai suoi amici. Insieme costruivamo piste nel vialetto, fatte di corde, sassi e palloni, in cui disputavamo gare in bicicletta.

Nella primavera del 1994 ero una bambina felice, che aveva un discreto numero di amicizie scolastiche e non. Non avrei mai immaginato che di lì a qualche mese mi sarei trovata a giocare ancora da sola.

A giugno dello stesso anno, subito dopo la fine della prima elementare, vidi imballate in tanti scatoloni tutte le mie cose, insieme a quelle di mamma e papà. Una piramide di cartone color avana si alzava verso il soffitto nel mezzo del soggiorno. La porta di quella casa si chiuse per l’ultima volta alle mie spalle e non rividi mai più il mio amato balcone. Un viaggio di quaranta minuti mi allontanò per sempre dai miei amici, obbligandomi a rifare tutto da capo in un nuovo paese. Pensai al garage del signor Premoli, ad Andrea e alle rane. Pensai anche ai risotti e alle fritture che mia mamma mi serviva a cena il giorno dopo…insomma, volevo veramente finire in pentola come quelle rane?

Così questa volta non rimasi più a guardare nel giardino i figli dei miei vicini che andavano in bicicletta. Montai in sella alla mia Ragno fucsia e nera ereditata da mia cugina Alessia e non persi tempo a far amicizia con loro, saltando una pozzanghera e poi un’altra e un’altra ancora finché non divenni troppo grande per pensare a quelle rane.

Scrivimi, fammi sapere cosa ne pensi!

Il salto delle rane © Erica Turolla - tutti i diritti riservati

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